Che bello scoprire un libro così! Per di più scritto da uno con un nome così roboante, Garibaldi!, con il banale al confronto Mario relegato in una emme puntata, e quel cognome quasi buffo o che sembra falso se affiancato al paese d’origine: Lapolla di Rapolla. Poche le notizie biografiche, che parlano di un lucano di fine Ottocento emigrato con i genitori in America a due anni. Un emigrato però che non sembra avere quasi nulla in comune con quelli di cui parla nel libro. Lui in America ha studiato, si è addirittura laureato e insegna nelle scuole e scrive libri e ha successo. Almeno lì in America, se noi dobbiamo attendere quasi cento anni per leggere il suo primo libro pubblicato nel 1931.
Ed è una scoperta entusiasmante che cento anni fa uno come lui scriva in questo modo lineare, moderno, semplice e immediato. Merito certamente dell’eccellente traduzione, ma alla base c’è una prosa che si fa leggere d’un fiato e non solo per star dietro agli avvenimenti che vengono narrati.
Bellissimo e astuto l’inizio del romanzo, in cui si rivela immediatamente la colpa di padre Gelsomino e la forza drammatica di Agnese Filoppina. Altro che padre Ralph di Uccelli di rovo! Qui è già successo e non bisogna attendere puntate e puntate o capitoli e capitoli perché finalmente succeda! Non si riesce a smettere di leggere per inseguire lo svolgersi della vicenda che si dipana, secondo le impressioni che mi sono rimaste dopo una lettura concitata ma appassionata, tra sapienti flashback (una volta tanto utilizzo con convinzione il termine inglese, ormai così tanto più immediatamente significante rispetto al nostro ingessato analessi) che dei vari personaggi fanno brevemente riemergere la storia precedente e momenti topici che fanno impennare la narrazione e preludono al successivo svolgersi degli eventi.
Io ne ho individuati tre di questi momenti, che a mio avviso scandiscono una ripartizione del libro:
– la sparizione e la successiva malattia del piccolo Giovanni, che ribaltano completamente il rapporto affettivo tra madre e figlio
– la festa per il contratto per la costruzione delle case, che culmina con il ballo di Agnese con Antonio e il loro bacio
– la malattia di Michele Dantone e il suo aggravarsi per le finestre aperte da Agnese seguendo il consiglio del dottor Grace, che avranno come conseguenza l’andare a pregare in chiesa di Agnese e l’incontro con Gelsomino.
Durante tutta la lettura sentivo aleggiare una fine tragica, che puntualmente arriva con la corsa di Gelsomino ad avvisare Agnese dell’incendio che minaccia le sue case. Ma non sarà l’incendio ad annullare la fortuna economica di Agnese, non sarà la morte dell’amato Gelsomino a farglielo dimenticare: l’epilogo drammatico sta nell’essersi condannata all’odio eterno di Michele, seppure ormai ridotto a muto fantoccio, che pure la coltellata di Agnese ha salvato dalla sedia elettrica.
Passando ora ai personaggi, sia pure con qualche minima critica, comincio da Agnese, vittima ma già dalle prime pagine del libro agguerrita contestatrice della concupiscenza del prete Gelsomino e dei giudizi del mondo, di quel piccolo mondo arretrato che doveva essere Villetto, immaginario paesetto della Lucania nei primi anni del Novecento. E’ una ragazzina la cui carne ha ceduto alla carne di Gelsomino? Ma è donna che domina e dirige tutti: il padre, il fratello, lo stesso prete e quella specie di nullità che è Michele Dantone, l’apprendista barbiere cui non pare vero di essere scelto come marito per rattoppare quella situazione perché questo gli da il diritto di soddisfare la carne. Ma quale potere ha Agnese per imporre la propria volontà a Gesualdo, a Luigi, a Michele e a tutti gli altri? Gesualdo è un padre cui l’ambiente paesano avrebbe imposto ben altro tipo di reazione, ma vive zitto e inerte godendo degli agi che il denaro messo insieme da Agnese assicura a tutti. Il fratello Luigi accenna – lui sì – a voler uccidere il prete con la falce, ma è ben pronto a sottomettersi alla volontà di Agnese e dopo, in America, divenuto accorto e deciso organizzatore di maestranze sempre comunque grazie alle indicazioni della sorella, nuovamente accennerà a voler impersonare il fratello vendicatore dell’onta che le azioni di Antonio arrecano alla famiglia, ma è ancora una volta prontissimo a farsi dissuadere da Agnese dal portare a compimento le minacce.
Che dire di Michele Dantone? Si accontenta dei doveri coniugali di Agnese ma odia il piccolo Giovanni che sa essere figlio di Gelsomino. Dalla sua bella bottega di barbiere, che deve ai soldi di Agnese, diventa ascoltato consigliere nella comunità italiana che li circonda perché tale lo ha costruito Agnese. Non si opporrà al trasferimento nella casa nuova e alla rinuncia alla bottega, pur insoddisfatto dei compiti cui Agnese lo ha destinato nell’ambito delle imprese che ha messo su in società con Antonio. E dopo la storia del bacio tra quei due, Michele si ammalerà, sembra quasi per non dover dar retta alle esortazioni di Catarina a vendicarsi dell’affronto che suo marito Antonio e Agnese gli hanno fatto.
E Giovanni, il figlio del peccato? A parte l’epica fuga dopo aver ferito Michele e la scoperta di una madre ora affettuosa e piena di amore per lui, nei successi artistici e nella ricerca del padre, nel rapporto che entrambi instaurano pur continuando a sottacerne il movente, mi sembra una figura che man mano svanisce, sbiadisce.
Antonio così sanguigno e carnale negli affari, nei rapporti con gli operai, nella vita pubblica, sembra poter incarnare per Agnese l’uomo che può starle a pari nella rincorsa del benessere, nel “fare l’America”, e forse nella vita sessuale se non in quella affettiva. Oltre che nella avances con Agnese questo suo essere sanguigno sembra sfogarsi nei confronti della povera moglie Catarina, che lui non ama e che gli è stata assegnata dal paese in Italia, ma che invece si sente ed è la moglie che gli ha dato i figli e che non può essere impunemente messa da parte.
Gelsomino infine, un quacquaracquà che non ha voluto mettere a rischio la tonaca, anche se se ne è pentito, è scomparso dal paese senza lasciare traccia, è andato in America ma a cercare che cosa: l’amore per Agnese che però ha tradito sin da subito? il figlio che ha ignorato e che adesso vorrebbe conoscere? o piuttosto il desiderio insaziabile di Agnese?
E quando alla fine, dopo aver apparentemente deciso di tornare alla vita religiosa, spinto dall’urgenza di mettere in guardia Agnese dall’incendio che potrebbe distruggere le case, cadrà con lei nuovamente succube del desiderio carnale, andrà incontro a una morte ingloriosa, che avrà forse per lui l’unico vantaggio di sottrarlo per sempre al desiderio che lo ha distrutto.
In conclusione, Agnese dalle malelingue è dipinta come una Lupa mangiatrice di uomini (oltre a Gelsomino Antonio e chi sa quanti altri, compreso il dottor Grace, come suggeriscono alcuni accenni anche non troppo velati). Solo un personaggio minore ma non per ciò meno vividamente descritto da Lapolla la difende: Concetta. Concetta che abita al piano di sopra con la sua famiglia, Concetta che prepara da mangiare per Agnese ed i suoi o quando Agnese decide di organizzare grandi pranzi di festa, Concetta che di questa abbondanza di cibo fa naturalmente godere anche la sua famiglia, Concetta che è sempre presente nei momenti di malattia di Giovanni e di Michele, Concetta che di Agnese parla come di una santa donna e la difende sempre mi ricorda la serva fedele complice di Filumena Marturano nell’intortare Domenico Soriano
- IL FUOCO NELLA CARNE, di Garibaldi M. Lapolla
Readerforblind, 2025
ISBN 9791280890214, p. 428, € 20
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